Bambole meccaniche
Fin dall’inizio del 17° secolo, gli artigiani giapponesi hanno inventato bambole meravigliose che danzavano, servivano il tè, scoccavano frecce, realizzando interi giochi in gruppo, attivati da molle, mercurio e sabbia mobile, o acqua pompata: le Karakuri Ningyō. Bambole giapponesi ancora poco conosciute in occidente sono dei veri gioielli d’ingegneria e meccanica costruiti fin dal Periodo Edo (1603-1868).
Il loro nome letteralmente significa “bambole meccaniche” e presentano delle caratteristiche tipicamente giapponesi come gli ingranaggi totalmente in legno.
A esse vien fatto risalire lo studio della robotica che in Giappone ha raggiunto le punte più alte.
La parola Karakuri significa "dispositivo meccanico per prendere in giro, ingannare, o prendere una persona di sorpresa", ed implica una magia nascosta, o un elemento di mistero.
I gesti delle bambole procurano una forma d’intrattenimento, e hanno influenzato il teatro Noh, Kabuki e Bunraku .
La conferma di ciò è data dal fatto che verso la fine del 18° secolo le performance teatrali delle Karakuri rivaleggiavano con il Kabuki nell’elaborazione di scene e costumi, e le bambole erano utilizzate come intrattenimento pubblico in parchi e zone fieristiche.
I mercanti di tè per promuovere i loro prodotti usavano bambole che trasportavano le ciotole di tè attraverso il negozio per porle nelle mani dei clienti deliziati.
Esistono tre tipi principali di Karakuri Ningyō:
Butai Karakuri (Karakuri teatrali), ovvero marionette che prendono parte in opere teatrali e spettacoli e sono caratterizzate da movimenti lenti e incredibilmente naturali.
Zashiki Karakuri (Karakuri da camera) sono più piccole, ma più complesse tecnicamente e più preziose, utilizzate come giochi in casa. Fra le Zashiki Karakuri più famose c'è l'arciere, Yumi-iri Doji (“il ragazzo che scocca le frecce”) e la Chahakobi Ningyō, che serve il tè.
Dashi Karakuri (Karakuri da carri allegorici) utilizzate nelle feste religiose, come riproposizione di miti e leggende tradizionali.
La conservazione della tradizione Karakuri è stata in gran parte resa possibile dall’opera di Hosokawa Hanzo Yorinao che ha scritto i tre volumi "Karakuri - un’antologia illustrata” pubblicato nel 1796. L'antologia spiega la realizzazione di quattro tipi di orologi giapponesi e nove tipi di pupazzi meccanici con schemi precisi.
L'unione delle due parole, Karakuri e Ningyō, per definire le marionette simboleggia il rapporto interattivo esclusivo tra i giapponesi e i loro robot, un rapporto che continua ancora oggi.
Le bambole Karakuri sono, di conseguenza, molto ricercate e il complesso di meccanismi e ingranaggi è realizzato ancora a mano da esperti maestri. Esistono anche modelli industriali, in materiali non pregiati, venduti in scatole di montaggio in tutto il mondo.
In alcuni supermercati e lungo le strade, oggi, sono utilizzate delle bambole elettriche life-size più prosaiche, vestite in ordinate uniformi blu e guanti bianchi, per salutare i clienti all’ingresso e ringraziarli all’uscita o per indicare lavori in corso e suggerire la dovuta attenzione.
DALLE BAMBOLE AI ROBOT MODERNINon è difficile rinvenire nelle Karakuri Ningyō dell’epoca Edo le antenate di diritto della moderna robotica, che vede negli scienziati giapponesi gli sviluppatori certamente più appassionati.
Ma è in Toyoda Sakoichi (1867-1930), fondatore della Toyota e noto in Giappone come il padre della rivoluzione industriale, che possiamo riconoscere il punto di congiunzione fra il passato e la modernità. Toyoda era un maestro nella costruzione di Karakuri Ningyō. Importò dall’Occidente e sviluppò il principio dell’automazione. Come i suoi colleghi in Europa, inventò molti strumenti automatici di tessitura, fra i quali il famoso primo sistema di sicurezza legato all’industria: grazie a questo, i suoi telai interrompevano il flusso di lavoro automaticamente in caso di problemi. Tale invenzione fu integrata nel sistema di produzione Toyota.
Negli anni a venire, e in particolare dopo la seconda guerra mondiale, l’immaginario collettivo giapponese produsse centinaia di robot sotto forma di manga (fumetti), anime (i cartoni animati), film e modellini funzionanti a carica. Un esempio ne è Il manga Astro Boy creato da Osamu Tezuka con il titolo di Tetsuwan Atom (Atom dal pugno di ferro) nell'aprile 1952 e serializzato sulla rivista Shonen Manga fino al marzo del 1968.
La storia di Astro Boy è quella di un robot realizzato dal professor Tenma, sulla base delle caratteristiche fisiche e celebrali di suo figlio Tobio, morto a causa di un incidente stradale.
Astro Boy ha pertanto l'aspetto di un ragazzino dai profondi sentimenti umani definito Robot dal cuore d’oro. Il suo creatore ne fissò la data della nascita in un futuro 7 aprile del 2003.
La creazione di modelli funzionanti e che in qualche modo potessero riprodurre le caratteristiche e capacità umane divenne in particolare negli anni ’70 e ’80 una vera e propria ossessione per gli scienziati delle principali industrie giapponesi. Se da un lato Stati Uniti e Unione Sovietica accrescevano i propri armamenti nucleari durante la guerra fredda, in Giappone la corsa fu soprattutto rivolta alla realizzazione di automi sempre più sofisticati, che consolidassero la propria immagine di efficienza e avanguardia nel mercato mondiale della tecnologia.
La moderna robotica giapponese costituisce la sintesi dell’antica tradizione degli automi Karakuri e del talento degli artisti classici nel rappresentare l’opera della natura. La straordinaria verve naturalistica degli ingegneri giapponesi si esprime al meglio nel recente fiorire di ricerche su robot che imitano e riproducono le forme naturali.
Nel 2001 il Designer Kita Toshiyuki realizzò per la Mitsubishi il design della scocca di uno degli ultimi robot moderni: Wakamaru. Il piccolo robot è esposto nella mostra.





